ROCCA DI ALBORNOZ

LA RISTRUTTURAZIONE

  le foto della ristrutturazione

sito realizzato da: Briotti                                                                                            

CENNI STORICI

Come è ben noto, la lunga missione del Cardinale Egidio Albornoz in Italia ebbe lo scopo di pacificare e riorganizzare lo Stato della Chiesa in previsione del ritorno dei Papi da Avignone: si svolse essenzialmente in due periodi a cominciare dal 1353 sino al 1367 anno della sua morte. Lo spagnolo aveva preso gli ordini ecclesiastici, ma era soprattutto un uomo politico che aveva già raggiunto - al tempo di Alfonso XI - la più alta carica di governo. Trasferitosi, dopo la morte del re, alla corte papale di Avignone, fece presto apprezzare le sue doti, tanto da venir nominato Cardinale ed inviato in Italia come "Vicario generale dei Dominii ecclesiastici". Nel corso della sua lunga azione di governo egli adottò una politica intelligente e duttile, ma ferma nel perseguire gli interessi di fondo, recuperando alla Chiesa territori praticamente perduti e restaurando ovunque l’autorità papale.

Per rendere definitivo tale dominio egli rafforzò le installazioni militari e le concretò visibilmente in numerose nobili architetture caratterizzanti il territorio, Albornoz si dimostrò un fervido realizzatore ed un committente illuminato, avendo saputo scegliere valorosi architetti, per i più importanti interventi, ed indirizzarli verso soluzioni degne e intelligenti, adatte alle molteplici esigenze difensive. E riuscì a sfruttare abilmente circostanze e rivalità locali al fine di dissimulare, o almeno non inasprire, l’immagine e le conseguenze del ristabilito dominio.

Di questa complessa attivissima figura di fine uomo politico - studiata sotto diversi aspetti dagli storici, soprattutto spagnoli che curano un’apposita serie di volumi: è "Monumenta Albornotiana - non si è ancora riusciti ad illustrare le tante opere architettoniche fatte sorgere in Umbria, nelle Marche e in Romagna, tuttora di data dubbia o di incerta attribuzione. Punteggiano il territorio in modo vario ed in apparenza episodico, mostrando aspetti efficaci ed interessantissimi, ma non ancora oggetto di studi specifici e, tanto meno, di valutazioni comparate; anzi di tali fortificazioni non esiste neppure il catalogo o una semplice mappa. Solo di recente sono comparse le monografie su due architetture - le Rocche di Spoleto e di Sassoferrato - che per la loro assoluta diversità assumono quasi valore emblematico, costituendo gli esempi massimo e minimo dell’attività fortificatoria albornoziana e risultando illuminanti per altre attuazioni.

Tutte le rocche - chiamate con questo modesto termine anche quando assurgono a grandiosi castelli, come a Spoleto - servirono naturalmente a presidiare il territorio circostante e a tenere sotto controllo le strade di accesso per proteggere le attività e la stessa sicurezza dei centri storici; ma anzitutto vennero a far sentire agli abitanti anche l’effettiva presenza dell’autorità centrale e la possibilità di sue azioni militari.

In queste rocche la cancellazione di qualsiasi fabbrica o insediamento preesistente affermò subito ed in maniera concreta, il deciso impegno innovatore del Vicario pontificio, mentre il loro impianto si conformò spesso in modi allusivi e simbolici per esprimere specifici significati.

La bipartizione planimetrica di Spoleto esplicita perciò la programmata divisione delle due attività istituzionali: civili e militari; mentre trovo a Sassoferrato la piccola Rocca sagomata in pianta come il fusto di una bombarda. Forma un puntone - che emerge dalle mura urbiche, ma in realtà è situato in posizione dominante verso l’abitato - dove era installata questa nuova arma da fuoco, le cui originarie troniere sull’alto della torre - anche se simili a bonarie finestre - appaiono predisposte anche verso l’abitato. Pure a Spoleto gli apprestamenti essenziali sono rivolti verso la città, ma il possente maschio risulta dissimulato nell’unitarietà dell’impianto e nella disposizione regolare delle torri esterne.

Contrariamente ad ogni aspettativa, l’eccezionale abilità politica consigliò inoltre l’Albornoz ad escludere qualsiasi pur piccola cappella in questo grande complesso fortificato, anche se costruito da un Cardinale. Lì suo fiuto lo portò ad evidenziare soltanto i propri poteri di governo nel realizzare le rocche da lui definite "strumenti della tranquillità e della pace". Astenendosi perciò dal predisporvi i luoghi deputati al pietismo devozionale, egli costruirà tuttavia le sue cappelle in chiare forme gotiche: nel Collegio di Spagna da lui eretto a Bologna e nella Basilica di San Francesco ad Assisi, dove verrà sepolto.

Dai meditati impianti planimetrici già si desume l’impegno architettonico che il Cardinale volle rivolto alla progettazione delle rocche fregiate del suo stemma o giustamente tramandate con il suo nome. In tali opere egli seppe inserirsi nella tradizione, compiacendo ed esaltando il gusto delle popolazioni locali, malgrado la diversità delle preferenze personali, deducibili dal goticismo delle due cappelle erette a proprie spese. E da questa impostazione non derivarono conseguenze banali; scaturì invece un imprevisto sostanziale sviluppo dell’architettura umbra. Basti pensare all’eccezionale valore espressivo conferito dal Gattacapponi al cortile d’onore di Spoleto con l’ardita rielaborazione del fondamentale motivo degli archi a tutto sesto; un’opera altissima che prefigurò il Rinascimento, pur incarnando gli studiati accorgimenti visuali del Medioevo e le aspirazioni finali del bipolarismo prospettico.

Nella tessitura muraria delle rocche colpisce, in generale, la costante semplicità costruttiva, ugualmente lontana da pedanti uniformità come da rozze approssimazioni: le fu conferita una congrua dignità per l’apparenza e i fini dell’opera architettonica, che ben si coglie nella normativa degli apparecchi murari, specie angolari, e nelle proporzioni delle aperture, assicurando praticità e rapidità di esecuzione.

Il taglio delle masse con il gioco di spazi e volumi, e ancor più quello delle grandi volte a botte, può talvolta apparire congeniale a certi aspetti dei castelli federiciani, mentre la formulazione generale dell’impianto con le quadrate torri appostevi, può perfino rievocare alcune fortificazioni spagnole del nord.

Sostanziali essenzialità espressive accompagnando il ripudio di ogni decorativismo e personalizzano la fervida attività architettonica albornoziana, anche senza ulteriori esemplificazioni e senza neppur poter enumerare le diverse realtà monumentali.

Comunque, schietta semplicità ed equilibrio di proporzioni, caratterizzanti forme e volumi squadrati, rientrano sempre pienamente nella nostra migliore tradizione che, per merito del Cardinale Albornoz. ha potuto ricevere nuovo impulso e un significativo rilancio nell’architettura militare, non riscontrabile allora in altre parti d ‘Europa.

La Rocca di Narni emerge autorevolmente fra queste realizzazioni, inserendosi con prestigio in un amplissimo panorama. Anche se non fu situata in cima all’altura prossima alla città, il castello sovrasta il vasto territorio della conca di Terni sorvegliandone tutti gli accessi; poteva controllare da lontano le vie di comunicazione con Amelia, Perugia e Terni e - per essere prossimo alla stretta gola sul Nera, da cui si scorgono sue inquadrature fiabesche - dominava la via Flaminia e la strada da Orte, qualificandosi come vigile sentinella alla porta dell’Umbria.

Per erigerla fu scelta e liberata da altre costruzioni la balza prossima alla città per dare netta la sensazione di un protettivo dominio. Adagiata perciò su un insolito declivio, la Rocca si inquadra nel paesaggio in modo originale e pittoresco e sembra coronare la forma allungata ed ascendente della città murata; ma in realtà la pone anche sotto diretto controllo di possibili tiri di infilata. La fortezza esibisce con franchezza la propria natura e consistenza, motivata dalle quattro torri e risolta in una sequenza di volumi, diversi nelle misure ma analoghi nelle proporzioni. E l’appagante primo approccio già rileva la mano di un maestro nella vivace armonia dell’opera tutta, verosimilmente ideata prima della morte del cardinale avvenuta nel 1367.

Lo schema planimetrico è riconoscibile in un quadrato di base con lati di 60 braccia e con torri disuguali giustapposte agli spigoli, simili perciò a quelle di Spoleto, anche per le misure e per qualche scaletta ricavata nello spessore murario. All’interno i corpi di fabbrica, disposti solo su due lati, lasciano spazio alla corte, pure quadrangola, su cui domina la maggiore delle quattro torri che costituisce il maschio. Proprio come a Spoleto, il torrione - rivolto verso la città - presenta 20 braccia di lato e la medesima altezza sul piano del cortile; e la sua Sommità viene pure raggiunta salendo quattro piani, a parte il seminterrato. E lassù immaginiamo puntata una famosa colubrina - la Scarmigliata - che non darà però il nome a tutto il maschio, come avvenne a Spoleto per altra simile arma da fuoco: la "Spiritata".

Ed è anche tipica la comune fedeltà alle forme squadrate, senza la minima concessione agli impianti curvilinei, dato che i torrioni circolari di Narni costituiscono una chiara aggiunta posteriore.

Sorprendono le precise similitudini ora rilevate e le altre riconoscibili negli ambienti interni con volte a botte e a crociera costolanata. Si potrebbe perciò scomporre idealmente la Rocca nelle sue principali consistenze per riguardarla solo come un nuovo assemblaggio di parti predeterminate o, meglio, per mettere l’accento sulla loro sagace impaginazione. Fu una scelta di metodo, intesa solo a facilitare il processo costruttivo, imperniandolo su parti essenziali già note e sperimentate; ed era una esigenza quanto mai rilevante per un’architettura militare da realizzarsi in fretta: basti pensare quanto fosse operativamente più semplice e rapido far diretto riferimento ad esempi già conosciuti.

Ma quel che più colpisce e trascende ogni considerazione pratica, è l’evidente felice naturalezza con cui i sostanziali imprestiti spoletini vennero desunti e qui magistralmente composti, il che sposta opportunamente il discorso sui puri indiscutibili valori architettonici. Il castello di Narni non si qualifica come frutto di imitazioni parziali e neppure può giudicarsi quale libero accostamento o come interpretata ripresa di elementari unità compositive. E una vera autonoma opera d’arte concepita da un validissimo architetto ed attuata dalla medesima regia architettonica che assicurò credito e continuità ai progetti albornoziani. Tuttavia - pur dovendosi affermare, in base ai documenti, una generica seriosità della Rocca di Narni rispetto a Spoleto, non se ne dovrebbe desumere la globale "consecutio" cronologica tra le due fortificazioni che, per le tante difficoltà e le loro urgenze, venivano portate avanti con una scandita ed intrecciata successione di fasi esecutive, senza naturalmente considerare la cinta difensiva esterna al castello, eretta ex - novo solo più tardi per assicurare i difficili collegamenti con le sottostanti mura cittadine. Comunque una data importante è quella del 1371, anno in cui a Narni il castellano si insediò nella Rocca - che perciò doveva essere funzionante anche se lungi dal completamento - mentre a Spoleto si continuava ancora a lavorare attivamente. Difatti le parti accessorie e spesso perfino le torri, le zone alte o le strutture interiori delle fortezze venivano realizzate dopo aver chiuso il circuito delle muraglie esterne; ed anche a Narni non mancano, a tal proposito, chiare indicazioni murarie.

Dal punto di vista tipologico va detto che nella Rocca furono affrontati con equilibrio i rapporti tra dimensioni e funzionalità e fra esigenze militari e di rappresentanza, nell’ambito di una schematica planimetria quadrangolare che ha naturali e antichissimi precedenti. Una soluzione distributiva assai simile - priva però delle torri minori e con orientamento diverso - si riscontra nell’albornoziana Rocca Maggiore di Assisi, che sostituì precedenti insediamenti difensivi ed ebbe poi notevoli aggiunte in età rinascimentale. Data l’eguale disposizione planovolumetrica di questa replica in scala ridotta, vi si deve riconoscere l’operante valore normativo dell’archetipo narnense.

Come le vere opere d’arte, la Rocca di Narni appare articolata ed unitaria allo stesso tempo; e la felice impressione è rafforzata dall’uguale coronamento a beccatelli delle sue torri e delle sue cortine, come non avvenne a Spoleto. Nelle finiture originarie la Rocca si distingue soprattutto per i due portali goticheggianti scolpiti con eleganza: l’imprevista caratterizzazione decorativa impreziosisce l’esempio di Narni, insinuandovi minuti formalismi gotici estranei alla prassi instaurata dall’Albornoz. Codeste espressioni di diverso orientamento artistico le ritengo connesse a personali preferenze del Cardinale francese che gli succedette nella carica di Vicario generale e che vicino appose il proprio stemma.Tra i due nobili portali il cortile apre il suo spazio quanto mai studiato e scenografico, la cui vivacità accentua il piacevole contrasto con le stringate cortine esteriori: intervenne a motivarlo il gioco delle scale esterne e, ancor più, il ballatoio a sbalzo ora distrutto, che disimpegnava gli ambienti del piano nobile.Vanno pure ricordati episodi ed ambientamenti posteriori che meglio motivano l’edificio, documentando le vicende del castello sotto diversi Papi rinascimentali - da Niccolò V a Pio 11, da Leone X a Paolo III - che si sovrapposero ad altri interventi e a precedenti soluzioni decorative. I variati ambientamenti interni sono certo da salvare, ma non ci si deve limitare a questi: sulla Rocca c’è ancora molto da riconoscere e da studiare per ben comprendere l’essenza, vorrei dire lo spirito, e la storia di questa architettura attraverso le continue tracce della vita, spesso drammatica, che vi si svolse. Difatti la fortezza costituì sempre un punto di riferimento di notevole importanza, che possiamo considerare in fase crescente quando, a cavallo dei secoli XIV e XV, eguagliò e venne addirittura a surrogare quella di Spoleto, in base a vicende contingenti e strategiche.L’opera di Narni si raccomanda per la sua postura nell’ambiente campestre, per lo schietto carattere militare - non si tratta infatti di un palazzo signorile fortificato - e soprattutto per l’efficace plasticismo dell’insieme. Come risulterà da un necessario accurato rilievo architettonico, quel vivido plasticismo è sotteso da proporzioni in altezza meno depresse, rispetto ai castelli federiciani e castigliani meglio comparabili, ed addita il tipico equilibrato sviluppo di tali rapporti nel tardo Medioevo italiano.Le masse risultano animate sia dalle loro variazioni dimensionali che contrappuntano e smitizzano la quadrata geometria dell’impianto - pure la nordica torretta scalare sopra l’ingresso al maschio contribuisce a vivacizzare il complesso - sia dal vibratile effetto di grana offerto dai paramenti murari. Il monumento fa emergere le sue alte qualità architettoniche attraverso la genesi progettuale e le motivate esperienze formali: dobbiamo riconoscere che un’insita e persuasiva chiarezza ha ispirato e pervade l’opera architettonica, proposta come simbolo e prova tangibile di un "novus ordo". Non sarà superfluo concludere, sulla base di molti argomenti, che il progetto di Narni deve riportarsi indubbiamente a Matteo Gattacapponi, l’illustre architetto ideatore e costruttore della fortezza spoletina che qui - date le ridotte misure della Rocca - dovette rinunciare ai prediletti accorgimenti prospettici, ma non alle compiaciute ricerche per una auspicata armonia.

Questo complesso ha finalmente trovato una nuova stagione di vita che ora si inizia nel modo migliore. La Provincia di Terni e il Comune di Narni hanno compiuto un atto di lodevole rilevanza: con l’acquisto della Rocca sono entrati in possesso di un edificio prestigioso, un vero trascurato gioiello architettonico da fruire degnamente nel prossimo futuro.

Si è sempre parlato della destinazione finale da dare all’immobile e ne furono prospettati i programmi e le incognite: non compete a me discuterne ora, anche se le scelte da valutare siano di importanza determinante per il monumento e per la città, con imprevedibili incidenze nel tempo.

Penso che lo studio dell’arduo problema non sboccherà nell’adozione di una proposta univoca, giacché non si può mai rinunciare alla difficile, e forse utopica, ricerca della soluzione ideale - e che comunque andranno sempre studiate le modalità attuative e le combinazioni migliori. In linea di principio sembra che destinare la Rocca ad un museo esemplare d’arte moderna con i più sofisticati mezzi d’informazione, possa considerarsi tra le proposte migliori.Credo però che - oltre la scelta e forse più dei futuri contenuti - si debba richiamare tutta l’attenzione sulla necessità di richieder loro un effettivo persistente potere di richiamo. Per la Rocca sono essenziali soltanto le soluzioni veramente vitali: dato il suo isolamento e la propria essenza condizionante, il monumento deve ricevere solo adattamenti e funzioni che ne assicurino una vita e un richiamo continui.La musealizzazione non costituisce e tanto meno risolve il problema: la Rocca si presterebbe ad accogliere e gestire ogni perspicua collezione di diversa natura; ma qualsiasi progetto va seriamente verificato attraverso l’ottica di una esigenza prioritaria: la sicura insistente presenza di attività varie ed attraenti, o almeno di reale mordente.

Non formulo preferenze né esprimo ardue alternative: invece proporrei di stabilire, in ogni caso, precisi impegni per provocare - nei riguardi del castello - interessamenti e visite fino ad oggi inesistenti. Partendo praticamente da zero - e quindi senza esperienze specifiche ma con grandi generose speranze - bisognerà assicurarsi contro le eventualità negative provocando il più alto e diffuso potenziale attrattivo. Anche mediante iniziative a largo raggio e a carattere popolare - polarizzate verso la Rocca in sé stessa - oltre alle sporadiche manifestazioni di alto valore culturale che vi sì potranno tenere.

Se non si prenderanno decisioni incerte o diverse e se verranno invece puntualizzati i periodi di prova e la frequenza dei programmi con scadenze e penali, il restauro e la musealizzazione previsti non perderanno il mordente iniziale e non verranno meno agli scopi e agli impegni connessi all’avvenuto riscatto.

Guglielmo De Angelis D’Ossat

testi, disegni ed alcune foto di questa pagina e delle altre sono presi dalla pubblicazione "rocca di Narni il castello disincantato" edita dalla Provincia di Terni

Il sito e' ancora in costruzione. aggiungeremo presto numerose foto prese all'interno.

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